Giulia Iacolutti

Le misure dell’attesa​

L’11 marzo 2020 l’Italia si fermava. L’11 marzo io entravo nella mia dodicesima settimana di gravidanza. La vita non si sarebbe fermata.
Come da decreto, rispettai le prescrizioni e decisi di uscire solo per “situazioni di necessità”, così segnavo nel modulo di autocertificazione le visite ostetriche. Sono quarantatré i km che dividono casa mia dall’ospedale; è una clinica tra le alpi carniche, per arrivarci si percorre una strada che si snoda lungo il fiume Tagliamento.

I luoghi, guardati attraverso il finestrino durante i cinquanta minuti di macchina, diventavano così parte di un paesaggio interiore che prendeva reale forma solo nell’addome, in continua mutazione. A fianco a me il mio compagno. Seduta sul sedile posteriore, mi scortava fino all’entrata dell’ospedale per poi aspettare nel parcheggio: ai padri non era permesso entrare. I soli paesaggi che potevamo scrutare erano allora i nostri corpi, alla ricerca del futuro nell’osservazione dei tratti somatici dell’uno e dell’altra, scorgendo nelle misure ecografiche la prova di un tempo che scorreva. Il 4 maggio il ventre era diventato la collina su cui correre e, i nostri occhi, laghi lucidi colmi di una speranza volta non alla difesa di uno stile di vita, ma della vita stessa.

Info
Friday, Saturday and Sunday
from 10am to 7pm
Where
Scuderie di Palazzo Moroni
via VIII Febbraio, 8
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